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Ettore Majorana morì da barbone a Mazara

(Sabato 7 Febbraio 2015)
Mazara - C’è chi – certo non scienziato né studioso, ma curioso, semplicemente sollecitato nella sensibilità dal comportamento del barbone – fu incuriosito dalla personalità di Tommaso Lipari, un uomo dapprima comune, poi divenuto barbone. Il curioso era un mio amico che si
chiamava Edoardo Romeo. Purtroppo non c’è più da tanto tempo. Non ci vedevamo spesso perché abitavamo in due città diverse, distanti appena venti chilometri l’una dall’altra. Lui era di Mazara del Vallo – cittadina di 40 mila abitanti – e di una generazione precedente alla mia, io di Marsala. Ma ci si incontrava sempre con piacere perché c’erano molte affinità tra noi. Soprattutto ci piacevaraccontarci: le mie esperienze allora erano meno interessanti perché ancora poche. Neppure le sue erano numerose: ne aveva solo una, però interessantissima, di cui era protagonista il barbone, che tutti conoscevano nella zona come l’uomo cane. Era un personaggio singolare e non comune il cui comportamento affascinava chiunque. Fu Romeo a scoprire che Tommaso Lipari non era un barbone come altri: nascondeva un segreto che non voleva rivelare e che, in effetti, riuscì a custodire fino alla morte.

Anche il mio amico mazarese qualche anno dopo morì, relativamente giovane, come se le loro vite fossero connesse attraverso un impercettibile legame al medesimo destino. Per fortuna – o per un senso di giustizia che quella dimensionecontiene – Edoardo ebbe il tempo di scoprire che Tommaso Lipari non era un barbone qualsiasi ma Ettore Majorana, il fisico misteriosamente scomparso senza lasciare traccia di sé, il 25 marzo 1938. Era valsa, quindi, la pena dedicare tanta curiosità e per così lungo tempo alla ricerca di un contatto con un uomo che non volle mai comunicare con nessuno né essere osservato. Fu la lettura di un libro di Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, a rivelare a Edoardo Romeo la vera identità dell’uomo cane.

La provvidenziale lettura – che sosteneva, però, la tesi della morte dello scienziato proprio nel 1938 – fu, al contrario, la conferma di una teoria che Edoardo aveva creato nella sua mente esaltata. Ma al funerale di Tommaso Lipari scoprì che a Mazara c’erano altri 15 mila pazzi come lui che rendevano omaggio al barbone e alla sua dignità, al rispetto che si era meritato, nonostante la sua estraneità dalla società. Come Ettore Majorana, l’uomo cane era molto religioso. Tutte le mattine seguiva la prima Messa che veniva celebrata nella cattedrale sotto i cui portici il barbone aveva costruito la propriacuccia. Spesso seguiva più di una funzione nella stessa giornata. Non mancava mai a quella celebrata dal vescovo, né si perdeva una processione. Ma non entrava mai in chiesa: assisteva dal sagrato. D’estate, quando il portale era aperto, da fuori poteva vedere altare e sacerdote. D’inverno, per il freddo e le intemperie, le porte rimanevano chiuse, ma lui l’altare se lo immaginava e anche i movimenti del celebrante, che sapeva a menadito. Tanto, la Messa Tommaso Lipari la conosceva perfettamente come un ex seminarista. Sapeva a memoria la liturgia di tutte le cerimonie e rispondeva alle domande dell’officiante in maniera sempre adeguata e in perfetto latino, lingua nella quale a quell’epoca la Messa veniva celebrata. I fedeli ovviamente, tranne rari casi, rispondevano in un latino maccheronico. Quando si pregava per i defunti, per esempio, borbottavano in coro reca materna. Invece, Tommaso Lipari – mi raccontava Edoardo Romeo – recitava perfettamenterequiem æternam.

Una domenica d’estate si scatenò improvvisamente un temporale e si mise a piovere molto forte: venne giù il diluvio. Prima che il sagrestano chiudesse le porte per evitare gli schizzi ai fedeli delle ultime file, accortosi che l’uomo caneseguiva la Messa dal sagrato della cattedrale, il vescovo uscì con tutti i paramenti della cerimonia addosso e invitò il barbone a entrare. Ma lui, ringraziando, declinò l’offerta. Alle insistenze del prelato, Tommaso Lipari spiegò perché non volesse entrare in chiesa: non mi lavo da diverso tempo, darei fastidio agli altri.

Lasciate che vi racconti questa storia che sembra una favola, proprio perché rappresenta un’esasperazione del bisogno che l’uomo ha di comunicare persino con chi si ostina a non farlo. Da questo aneddoto si evince che si tratta di necessità quasi fisiologica che spesso l’uomo rifiuta. E non si rende conto che solo attraverso la comunicazione si possono raggiungere – oltre che il successo – soprattutto le sublimi sensazioni della vita: l’amicizia, la solidarietà e, quindi, l’amore. Ettore Majorana, in realtà, morì a Mazara del Vallo da barbone, come era vissuto nei 35 anni successivi alla sua misteriosa scomparsa. Era il 9 luglio del 1973. Aveva assunto le generalità di Tommaso Lipari, un manovale piemontese di origine siciliana e profugo dalla Tunisia, realmente esistito ma di cui non si sono mai avute notizie. Il funerale di quel barbonefu seguito da tutta la città: tra le autorità c’erano persino il sindaco e il vescovo.

Un esame calligrafico avrebbe svelato subito il mistero che Edoardo credeva di avere risolto senza prove scientifiche ma con deduzioni inconfutabili perché appartenenti alla sfera dell’intuizione, della sensibilità e soprattutto della logica. Ma, la storia non ha fretta: prima o poi la vera identità di Tommaso Lipari sarà individuata. E, comunque, questa rimarrà sempre una bella favola che può insegnarci a vivere meglio, sfruttando la saggezza che – seppure senza rendersene conto – ciascuno di noi possiede.

Del resto, non esiste verità che non contenga un pizzico di mistero o paradosso. Seppure esistesse una verità assoluta non mancherebbe chi potrebbe negarla. Tanto più se si parla della scomparsa di uno scienziato, cioè di un uomo dalla grande immaginazione, non di una persona qualsiasi. Stiamo cercando di analizzare la singolare sparizione di un genio che per espiare i propri sensi di colpa e quelli dell’intera generazione di scienziati dell’epoca – lui ne aveva assunto interamente le responsabilità, come Gesù con i peccati dell’umanità – avrebbe scelto un calvario più fantasioso, non il banale suicidio. Infatti, così fece: divenne un barbone per allontanarsi da una società crudele che avrebbe certamente utilizzato una sua scoperta scientifica pacifica e di grande utilità sociale come terribile arma di sterminio. È il dramma di molti scienziati, che, drogati dalla passione per la ricerca, vivono nel rimorso dei danni causati. Majorana se ne rese conto quando era ormai troppo tardi per distruggere la formula. E non voleva essere presente quando la sua scoperta sarebbe stata utilizzata per un genocidio. Infatti, per ben due volte, nell’agosto del 1945, furono sganciate bombe atomiche: prima su Hiroshima e qualche giorno dopo su Nagasaki.

In una lettera e un telegramma indirizzati al rettore dell’Università di Napoli, dove – poco più che trentenne – insegnava già fisica teorica, Majorana annunciò il proprio allontanamento. Ma si raccomandava pure che nessuno se ne preoccupasse troppo. Questa postilla fu aggiunta perché lo scienziato prevedeva che la propria scomparsa avrebbe fatto temere un suicidio. E lui non voleva che familiari e amici provassero un dolore immotivato, non avendo per altro alcuna intenzione di uccidersi. Ma non fu chiaro nel suo addio: volle confondere le idee proprio perché la sua assenza rimanesse avvolta nel mistero.

Tranne che per il rimorso di avere contribuito all’invenzione di un terribile ordigno di cui solo lui forse aveva intuito la capacità di distruzione, lo scienziato siciliano non aveva alcun motivo per togliersi la vita. Non aveva mai manifestato disagi fisici o mentali. E poi, un genio come lui non si sarebbe certo suicidato come banalmente fa chi è talmente immotivato da non avere più alcun interesse per la vita. Majorana ne aveva, e come. Non era affatto depresso, anzi, come tutti gli scienziati, era pieno di curiosità. Ne aveva tante che non avrebbe per alcun motivo rinunciato al fantastico dono che ha l’uomo di poter esplorare la vita.

Per di più era un cattolico convinto. Il suicidio, quindi, era una soluzione estranea alla sua cultura e non consentita dalla sua fede. Era cosciente di rappresentare per la Chiesa la dimostrazione che la scienza potesse convivere con la teologia senza infastidirsi reciprocamente. La soluzione del suicidio non può essergli balenata per la mente, perché non avrebbe voluto che familiari e amici, colleghi e allievi lo ricordassero in peccato mortale. Ma il genio non riteneva il pentimento – anche se sincero e sentito – sufficiente a espiare una tale colpa. Se, poi, si fosse ucciso per togliersi un peso dalla coscienza, col suicidio se ne sarebbe procurato uno ancora più pesante e definitivo. Per un credente come Majorana togliersi la vita non sarebbe stata la fine di un rimorso, ma l’inizio di un nuovo ed eterno tormento. Si sarebbe sentito doppiamente peccatore: per avere inventato l’energia che si sprigiona dalla scissione dell’atomo – praticamente la scoperta della bomba atomica – e per il suicidio, poi. Da barbone, invece, la sua mente sarebbe stata ormai innocua, il suo sapere punito e la sua genialità mortificata. Mentre il suo corpo avrebbe subito la cattolicissima pena del martirio. La sua mente, invece, pur nella sofferenza dell’espiazione, avrebbe continuato a curiosare e godere della meravigliosa esperienza che è la vita, anche – e forse addirittura di più – da barbone. Si era autocondannato, infliggendosi la pena da sé. E, non essendoci carcere dove poterla espiare, si diede in un certo senso alla latitanza, scegliendo un’altra dimensione e una nuova identità.

La perizia dattiloscopica auspicata dal mio amico mazarese avrebbe avuto come oggetto due firme – ancora oggi a disposizione della Storia – apposte a dieci anni di distanza una dall’altra, sul registro del carcere di Favignana, l’isola delle Egadi più vicina alla terraferma. Le firme – apparentemente della stessa persona – erano, secondo Edoardo Romeo, di due individui diversi: una era di Ettore Majorana, l’altra della persona di cui il fisico aveva assunto le generalità. Perché il caso volle che – seppure persone buone e innocue – a molti anni di distanza entrambi finissero nella stessa prigione. Il primo arresto, quello che riguardava il vero Tommaso Lipari, avvenne nel 1936 – quando Majorana insegnava ancora all’università di Napoli – per un incauto commento su Mussolini. Il secondo, nel 1948, per oltraggio a pubblico ufficiale. Erano entrambi delitti nei quali allora era facile incappare anche per chi non era affatto insolente né prepotente. Bastava una parola in più e si finiva in galera.

Il giudice, di solito, era più comprensivo di polizia e carabinieri, quindi la detenzione durava pochi giorni, talvolta solo qualche ora. Ecco come, a quel tempo, tutti, anche due persone miti, potevano provare l’umiliazione del carcere. Quella spiacevole esperienza e soprattutto il luogo divennero un punto di contatto tra due esseri completamente diversi per origini, cultura, ideali e comportamento, ma accomunati dalla medesima identità. È la prigione dell’isola di Favignana il luogo deputato alla ricerca di un’importante verità che la Storia si diverte talvolta a nascondere e dissimulare, forse perché la scoperta sia maggiormente apprezzata. Questo conferma la mia teoria secondo cui le idee, le situazioni, gli eventi sono dotati di energia propria: talvolta si muovono e si evolvono indipendentemente dal volere dell’uomo, che, anzi, sollecitano. Noi chiamiamo imprevedibile ciò che sfugge al nostro controllo. Invece, è energia che nasce dal pensiero e agisce per conto proprio e spesso decide del destino di una persona o di un popolo, quando ne cambia radicalmente la Storia.

La perizia non si fece perché le due firme erano così visibilmente identiche da far ritenere superfluo un esame approfondito. Quindi – conclusero i burocrati – sarebbe stata una spesa inutile. Ma proprio perché perfettamente uguali, non potevano essere della stessa persona. Infatti, il modo di firmare di ciascuno cambia col passare del tempo. Nessuno di noi firma allo stesso modo dopo un intervallo di dodici anni. In realtà, sul registro del carcere di Favignana Ettore Majorana copiò – come disegnandola – la firma che aveva trovato sul documento di Tommaso Lipari quando ne acquistò l’identità. Secondo lo studio di Edoardo Romeo, quel 25 marzo 1938 lo scienziato incontrò il manovale, profugo dalla Tunisia, sul piroscafo che da Napoli lo portava a Palermo, e lo convinse a vendergli sia documenti sia identità. In tasca Majorana aveva cinquemila lire ritirate dal Banco di Napoli prima di sparire. Con una tale somma a quel tempo avrebbe potuto acquistare molto più di una tessera annonaria e un certificato di iscrizione alle liste di disoccupazione. Tommaso Lipari non poté rifiutare l’offerta.

Non avendo più contatti con una società che riteneva di avere contribuito a distruggere, più di quanto non lo fosse già – almeno così credeva lui – lo scienziato non rivelò mai la sua vera identità, nemmeno in punto di morte, scomparendo per sempre persino dalla madre e dai fratelli che amava profondamente. Anche i familiari, infatti, avrebbero giudicato le sue scelte col parametro borghese e si sarebbero vergognati di avere un barbone come congiunto. Comunque, lo avrebbero raggiunto e fatto di tutto per cercare di dissuaderlo. Mentre accettarono – seppure non meno addolorati – di considerarlo scomparso, forse suicida. Peccatore, sì, ma per cedimento di nervi non per crollo della fede, che è un dono di Dio. Se in un momento di debolezza qualcuno la perde, la colpa è tanto del suicida quanto di Dio che ha ritirato il dono. Questa credo, grosso modo, sia la convinzione diffusa tra i fedeli.

Lo cercarono, infatti, nei conventi e negli éremi della fisica. Perché anche la famiglia di Ettore Majorana, sinceramente e profondamente cattolica, pensava – con la limitatezza delle tradizioni culturali e delle convenzioni sociali – che il pio congiunto fosse in un éremo. Dove può rifugiarsi un credente che voglia espiare una pena se non in un luogo di preghiera? Per il genio, invece, proprio quella sarebbe stata la scelta ancora più peccaminosa che la sua fede avrebbe duramente condannato. Isolarsi in un luogo di culto, senza l’indispensabile vocazione, sarebbe stato un peccato mortale ancora più grave per la coscienza di Majorana.

Del resto, non se ne trovò mai il corpo. E i servizi segreti – Mussolini si interessò personalmente delle ricerche – accertarono che lo scienziato non era ospite di alcun convento, non si era trasferito in America né era stato rapito dai sovietici. Era la visione della politica che avevamo allora in Italia. Negli Stati Uniti lo scienziato – soprattutto per sfuggire alle leggi razziali – ci andava di propria volontà, mentre in Russia ci era costretto. Grande fu, infatti, la delusione quando si scoprì che Bruno Pontecorvo, altro fisico famoso dell’epoca, nel 1950 si era trasferito a Mosca per propria scelta.

La persona di cui Ettore Majorana assunse la personalità era nato a Torino nel 1899, quindi era di sette anni più grande dello scienziato che, invece, era nato a Catania il 5 agosto 1906. Ma la differenza di età era marginale, invece quella fisica – soprattutto il comportamento – era molto più evidente. Lo scienziato aveva una struttura sana ma esile, completamente diversa da quella di un manovale. Fu quel particolare ad attirare l’attenzione di Edoardo Romeo, che, studente dell’Istituto Tecnico per ragionieri, il sabato e la domenica aiutava lo zio, proprietario di un piccolo mulino, a tenere la contabilità. Nell’estate del 1939 il titolare del mulino si rivolse all’ufficio di collocamento di Mazara perché gli serviva un manovale. Qualche giorno dopo si presentò Tommaso Lipari, troppo mingherlino per un posto di tale fatica. Comunque, per solidarietà umana, lo zio di Romeo lo tenne in azienda. Ma non si spiegava – e condivideva la curiosità con tutti i dipendenti del mulino – come mai, con tanti disoccupati in cerca di lavoro in Sicilia, l’autorità comunale gli avesse destinato una persona così debole. Le spiegazione consisteva nel fatto che quel manovale aveva la precedenza su tutti gli altri perché profugo dalla Tunisia.

A differenza dello zio che si preoccupava del rendimento, Edoardo, allora sedicenne, si meravigliò che un uomo così esile avesse scelto di fare il manovale. Quella era, infatti, la qualifica riprodotta sul documento di identità e sul certificato di lavoro. Per di più Tommaso Lipari non era soltanto magro, ma a differenza degli altri scaricatori di sacchi di farina, non aveva per niente muscoli nelle braccia, né le sue mani erano ruvide e callose come tutti gli altri uomini di fatica. Aveva le dita tinte di nicotina, perché fumava continuamente, ma lisce.

Dopo qualche giorno fu lo stesso Lipari a dimettersi, trovando il lavoro troppo faticoso. Tutte quelle incongruenze costituivano un tormento per Edoardo, che tentò di dissuaderlo dal dimettersi: era una fortuna avere trovato un’occupazione e un peccato rinunciarvi. In fondo si trattava di portare sulle spalle per pochi metri sacchi di farina che pesavano appena 80 chili. Ma Lipari confessò di essere caduto più di una volta sotto quel peso. Non ce la faceva proprio. I compagni di lavoro da principio lo prendevano in giro, poi si impietosirono e si diedero tutti da fare per aiutarlo. E per Lipari era ancora più umiliante. Quell’uomo, poi, non solo non aveva il fisico del manovale ma neppure il linguaggio.

L’accento siciliano, infatti, era volutamente pronunciato e la terminologia corretta. A quell’epoca i manovali erano analfabeti: non sapevano leggere né scrivere. Solo pochi avevano frequentato qualche classe elementare, ma erano ugualmente ignoranti. Tommaso, invece, parlava bene, conosceva addirittura il latino – almeno, quello liturgico – e sapeva anche scrivere. Come mai si qualificava manovale?

Poi scomparve per qualche settimana. Tutti al mulino si chiedevano quale lavoro gli si addicesse, quando un giorno Edoardo lo vide dietro il bancone di un bar, addetto alla macchina per le granite. Si salutarono con grande effusione. Anche Lipari sembrò contento di vedere Romeo, che gli aveva dimostrato comprensione e amicizia. Il manovale gli confidò che neppure lì, per la verità, si trovava a proprio agio. Quel lavoro non gli era congeniale perché, dovendo tritare per buona parte della giornata il ghiaccio girando una manovella, già dopo qualche minuto gli si intorpidiva il braccio. Proprio quel giorno, infatti, era deciso a dimettersi. Anche quell’attività per lui era faticosa.
Dopo l’incontro al bar, Edoardo Romeo non vide più Lipari. Lo cercò per tutta Mazara, dal mercato ai rifugi dove la gente si riparava dai bombardamenti. Era scoppiata la guerra. Ovunque gli capitasse di imbattersi in operai o manovali Romeo si fermava per osservare se tra loro ci fosse Lipari. Setacciò tutti i bar, le pasticcerie, i fornai, i depositi di generi diversi… Un lavoro doveva averlo trovato, grazie alla qualifica di profugo che gli dava – come allora gli orfani di guerra – la precedenza sugli altri disoccupati.

Edoardo Romeo chiedeva in giro, ma nessuno si ricordava dello strano manovale. Sembrava un fantasma nato dalla sua fantasia, come se solo lui lo avesse incontrato. Gli altri mazaresi non ne conoscevano l’esistenza. Si recò persino all’ufficio di collocamento dove, però, accertò che Tommaso Lipari esisteva davvero. Ma neppure in quell’ufficio lo vedevano da diversi anni ormai. Finalmente aveva trovato il lavoro che gli si addiceva, fu la logica deduzione. Ma Edoardo Romeo sentiva dentro di sé che quell’uomo il lavoro non lo aveva più cercato perché non esistevano attività adeguate alle sue caratteristiche fisiche e contemporaneamente alla qualifica che gliene dava il diritto. Lo strano manovale era sparito da Mazara del Vallo senza lasciare traccia, ma nessuno ci aveva fatto caso. Del resto, era comparso dal nulla: non aveva storia, né amici, né famiglia. Era un uomo senza passato. Infatti, nessuno sapeva da dove fosse arrivato, né si chiese dove fosse finito, tranne Romeo, che si sentiva – chissà perché – legato a quell’uomo da qualcosa, forse solo da una grande curiosità. E a quella ricerca, alla speranza di un incontro con Tommaso Lipari, dedicò tutta la vita, purtroppo inutilmente. Non riuscì mai a comunicare con lui. Persino di notte, come un amante tradito, sgattaiolava da casa mentre i genitori e i fratelli dormivano, per andare in giro per la città deserta nella speranza di trovare un segno della presenza del manovale fantasma.

Passarono alcuni anni. Nell’immediato dopoguerra, Tommaso Lipari riapparve con la sigaretta, come prima, perennemente in bocca e l’andatura veloce, come di chi ha una fretta maledetta e teme di arrivare tardi a un appuntamento decisivo. Era profondamente cambiato e la gente lo guardava come se lo vedesse per la prima volta. Nessuno lo riconobbe tranne Edoardo, che, vedendolo, gli andò incontro felice, come si fa con un amico che non si vede da tanto tempo e per la cui sorte si è temuto. Secondo Edoardo erano amici. Insomma, sentiva che ci fosse qualcosa a legarli o, comunque, ad attirarlo verso quell’uomo apparentemente insignificante, timido e riservato. Invece, Lipari fece finta di non vederlo o forse non lo notò davvero. Ma quando Romeo lo rincorse lui scappò. Quegli inseguimenti durarono diversi anni. Appena vedeva Edoardo Romeo da lontano, Lipari allungava il passo e scappava come inseguito da chi volesse rubargli un segreto o fargli del male. E Romeo gli andava dietro fino a quando non ce la faceva più. Il manovale era un uomo gracile e debole, ma inspiegabilmente veloce e con un gran fiato nei polmoni, nonostante la nicotina che continuava a ingerire. Infatti, anche quando non correva camminava a passo molto svelto, esattamente come Ettore Majorana, che si dice fumasse cento sigarette al giorno. A tracolla portava un sacco che puzzava di nicotina. Aveva cambiato abitudini ma non aveva perso il vizio del fumo: la sigaretta sempre tra le labbra. Infatti, trascorreva le giornate a raccogliere cicche per terra. E faceva provviste per quando pioveva e il tabacco contenuto nei mozziconi si scioglieva nelle pozzanghere.

Lipari raccoglieva pure fogli di carta di qualsiasi tipo. E anche pezzetti di matite, che trovava davanti alle scuole, e li conservava nella sacca. Gli servivano per prendere appunti, continuamente: bastava che trovasse un cantuccio dove credeva di non essere osservato. Ma raramente Edoardo Romeo perdeva di vista quel barbone stranamente astemio, che scriveva con la velocità e la disinvoltura di un intellettuale. Mentre a quell’epoca i manovali che non mettevano il segno di croce perché sapevano firmare impiegavano alcuni minuti per scrivere il proprio nome e cognome per esteso.

Un giorno accadde un episodio che confermò a Romeo la diversità di quell’ex manovale dall’identità che i suoi documenti enunciavano. Sfrecciando lungo il marciapiedi alla solita velocità, Tommaso Lipari andò a sbattere contro un gruppo di scolari che uscivano da un portone, anche loro di corsa, dalle ripetizioni pomeridiane. Nell’urto alcuni libri volarono per aria. Il barbone, scusandosi, si chinò per aiutare i ragazzi a raccoglierli. Gliene capitò in mano uno di matematica e lui si fermò a fissarlo. Mentre cercava di spolverarlo passandoselo sul bavero della giacca, una lacrima gli rigò la guancia.

Dopo il fugace saluto al bar delle granite, Edoardo Romeo non riuscì mai a parlare con Tommaso Lipari. Tranne una volta, molti anni dopo, quando, se lo vide arrivare addosso sbucando da un vicolo buio, proprio per quella mania di procedere ad andatura velocissima. Fu il loro unico incontro: durò pochi secondi, ma bastarono a Edoardo perché nella propria mente si imprimessero in maniera indelebile tutte le caratteristiche delsuo amico sedicente manovale. Prima ancora che Romeo si riprendesse dalla sorpresa, Lipari gli disse: Lei mi perseguita da diversi anni come un agente dei servizi segreti. Io sono una brava persona: non ho mai fatto nulla di male. Per favore, mi lasci in pace. Fu a quel punto che Edoardo si rese conto che Tommaso Lipari era molto cambiato dal giorno in cui l’aveva conosciuto al mulino dello zio: aveva la barba incolta, i vestiti a brandelli e certamente non si lavava da molto tempo. Ma era cambiato soprattutto dentro. Forse non ce l’aveva neppure con Romeo. Lipari era diventato un barbone, cioè un essere umano che scappava da qualcosa e, comunque, che aveva rinunciato a comunicare con i propri simili, non più in grado di capirlo.

Articolo pubblicato l'11 giugno 2013 su Rivoluzione Liberale di  Roberto Tumbarello.

(in foto: l'uomo cane - Tommaso Lipari o Ettore Majorana?)

[fonte: rivoluzione-liberale.it]

 

4 commenti:

  1. E' una storia affascinante che pero' meriterebbe un serio approfondimento cosa che a Mazara in tutti questi anni non si e' fatto.....Perche'??? Azzardo una mia ipotesi del tutto personale...hanno lasciato credere che la storia del cosiddetto uomo cane fosse vera per nascondere un altra verita'??...E cioe' che Ettore Majorana nel frattempo fosse stato prelevato forzosamente dai servizi segreti Usa per usarlo per determinate ricerche???Non vado oltre .....

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  2. Molto suggestiva questa storia sull'uomo cane che potrebbe essere il grande fisico Majorana. Anni fa qualcuno ha intravisto, in un barbone che per anni era vissuto a Pantelleria, anche qui il fisico catanese. Su Tommaso Lipari aveva anche indagato il procuratore Paolo Borsellino quando lavorava a Marsala e quella ipotesi, su cui cercava notizie anche Leonardo Sciascia, non fu avvalorata. Si legga anche la domenica di Repubblica del 17 ottobre 2010.

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  3. Che dite di quel giorno quando nel porticato del seminario, luogo dove lui sostava e dormiva, avevano messo una mostra di quadri. Lo hanno cacciato via. Lui per rabbia andò sul lungomare e buttò in acqua tutto ciò che aveva trovato: anelli bracciali e collanine in oro, inoltre molti soldi.
    Per me che ero un ragazzino era un piccolo grande uomo. Puccolo perche la sua schiena ers curvata. Grande perché mi raccontavano che ers un comandante di un sommergibile in avaria che aveva giurato se si salvava l'equipaggio nel punto ove toccava terra andava a condurre una vita metta uomo d metta cane.E della ferita con cicatrice nella mano uguaale a quella del Maiorana non de ne é parlato più!!!!!!!!!

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  4. Renzo Mezzapelle13 maggio 2017 02:23

    Ricordo perfettamente l'uomo cane anche se avevo 13 anni quando lui morì. Lo incontravo spesso perchè frequentavo la scuola media nel seminario vescovile, proprio sopra i portici dove lui sostava. Non era certamente un barbone qualsiasi. Qualche volta l'ho anche sentito parlare, perchè qualche ragazzaccio lo disturbava. Parlava in italiano. Ma quello che mi è rimasto più impresso è ciò che ancora oggi mi racconta mio padre, vice segretario del Comune oggi in pensione: quando Tommaso Lipari morì, ai piedi della statua di San Vito, il 09 luglio del 1973, si cercarono i sui familiari per affidare loro la salma. Furono rintracciati la moglie e alcuni parenti del manovale di Moncalieri che, arrivati a Mazara, non riconobbero il cadavere del loro congiunto. E' vero che non lo vedevano da molto tempo e che la vita che aveva condotto lo aveva certamente cambiato non poco, ma questo fatto potrebbe anche essere un altro piccolo tassello utile ad avvalorare la tesi di Edoardo Romeo, suggestiva e secondo me non inverosimile, sulla vera identità di Tommaso Lipari. Mio padre mi racconta anche che diverse volte l'Amministrazione Comunale si adoperò per trovare un alloggio al barbone, ma ogni volta questi rifiutava pronunciando le stesse parole: "Date la case a chi ha bisogno!". E' vero che Borsellino indagò sulla vera identità di Tommaso Lipari ma se non erro fece solo il confronto delle due firme di cui si parla nell'articolo e, trovatele uguali, chiuse il caso. Chissà che non l'abbia fatto per rispettare la volontà di non essere riconosciuto dello scienziato Catanese.

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